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8 curiosità bizzarre (e davvero simpatiche) sui libri

Immagine creata con l’intelligenza artificiale

8 curiosità bizzarre (e davvero simpatiche) sui libri

Sei uno di quelli che compra libri sapendo già che finiranno in una pila sul comodino? O di quelli che aprono un volume vecchio e annusano le pagine come se fosse un profumo di nicchia?

La storia della letteratura (e delle biblioteche) è piena di stranezze vere, quasi vere e deliziosamente esagerate. Ecco otto curiosità simpatiche sul mondo dei libri.

1. Tsundoku: l’arte nobile di accumulare libri non letti

In giapponese esiste una parola precisa per chi compra libri e li lascia impilati: tsundoku (積ん読).

Non è un’offesa, è quasi una disciplina. Deriva da “tsumu” (accumulare) e “doku” (leggere) e risale almeno al periodo Meiji.

Non sei un biblio-maniaco in senso clinico: sei solo qualcuno che crede fermamente che un giorno, magari domenica prossima, leggerà tutti quei titoli. La pila sul comodino non è un fallimento: è un’antica tradizione culturale. Relax.

2. L’odore dei libri vecchi ha una firma chimica (e sa di vaniglia)

Quell’aroma irresistibile che esce dalle pagine antiche ha un nome: bibliosmia. Non è solo nostalgia. Con il tempo la carta (soprattutto quella ricca di lignina), la colla e l’inchiostro rilasciano composti volatili. Tra i principali: vanillina (sì, la stessa della vaniglia), benzaldeide (note di mandorla) e furfurale (qualcosa di tostato). Risultato: un bouquet caldo, legnoso, leggermente dolce. La scienza conferma quello che i lettori sapevano da sempre: i libri vecchi profumano di casa, di biscotti e di storie.

3. I gatti “dipendenti” delle grandi istituzioni culturali britanniche

Prima dei disinfestatori moderni, topi e ratti erano un problema serio per manoscritti e libri. Il British Museum (non esattamente la British Library, ma quasi: la lettera ufficiale del 1868 è conservata proprio alla British Library) teneva gatti in pianta stabile. Avevano tanto di “stipendio” (1,5 pence al giorno a testa nel XIX secolo), cure veterinarie e razioni di pesce e carne.

Alcuni diventarono personaggi pubblici, con tanto di necrologio sui giornali. Proteggevano i tesori… e rubavano il cuore allo staff.

4. Il libro che si legge solo al microscopio elettronico

Il libro stampato più piccolo del mondo si chiama Teeny Ted from Turnip Town. Misura 0,07 × 0,10 millimetri, è inciso con un fascio di ioni di gallio su tessere di silicio e richiede un microscopio elettronico a scansione per essere letto.

Creato nel 2007 da scienziati canadesi dell’Università Simon Fraser, racconta la vittoria di un minuscolo Ted a una fiera di rape. Ha pure l’ISBN. Quando dici “libro tascabile”, di solito non intendi “tascabile solo se hai un laboratorio di nanotech”.

5. Victor Hugo e la corrispondenza più corta della storia (forse)

Dopo l’uscita de I Miserabili, si racconta che Victor Hugo, in esilio e ansioso di sapere come andasse il libro, inviò all’editore inglese un telegramma con un solo carattere: ?. La risposta fu altrettanto laconica: !.

La storia è bellissima e circola da decenni, ma le prime attestazioni scritte arrivano trent’anni dopo i fatti. Potrebbe essere un aneddoto costruito a posteriori (esistevano già barzellette simili a metà Ottocento). Che sia vero o leggenda, resta il simbolo perfetto dell’ansia di ogni scrittore: “È andata bene?” “Sì!”.

6. Scrittori con abitudini bizzarre

Gli autori non sono normali. Virginia Woolf scriveva spesso in piedi a un alto leggio (voleva competere con la sorella pittrice che lavorava in piedi). Truman Capote si definiva “scrittore completamente orizzontale”: non riusciva a pensare se non era sdraiato a letto o sul divano, con caffè e sigaretta a portata di mano. Agatha Christie elaborava i suoi delitti immersa nella vasca piena d’acqua calda, mangiando mele una dopo l’altra.

Mark Twain preferiva più spesso la posizione semi-sdraiata o seduta, ma l’idea generale resta: il genio ha bisogno del suo rituale bizzarro.

7. Tolkien e le due dita (quasi)

J.R.R. Tolkien impiegò circa dodici anni per Il Signore degli Anelli. Scrisse a mano, riscrisse, e dattilografò gran parte del manoscritto su una macchina da scrivere Royal. Si dice che usasse principalmente il metodo “hunt-and-peck”, cioè due dita (gli indici). Non è una certezza assoluta documentata millimetricamente in ogni pagina, ma è un’aneddoto ricorrente e plausibile: non era un dattilografo da ufficio, era un filologo che batteva i tasti con pazienza certosina. Un lavoro da amanuense moderno, digitato un tasto alla volta.

8. La maledizione del libro rubato (versione medioevale)

Prima della stampa, un libro poteva richiedere mesi o anni di lavoro. I monaci non si limitavano a legarli con catene ai banchi: scrivevano vere e proprie maledizioni nell’ultima pagina. Una delle più famose (Bibbia di Arnstein, circa 1172) recita grosso modo:

“Chi ruba questo libro, muoia ; sia fritto in una padella; sia colpito da epilessia e febbre; sia rotto sulla ruota e impiccato. Amen.”

Altre versioni promettevano vermi che divorano le budella o l’inferno eterno. Decisamente più efficace di un adesivo “Restituire entro 15 giorni”.

E tu?

Sei team Tsundoku (pila che cresce) o team “lo finisco in una notte”? Quale di queste curiosità ti ha fatto sorridere di più?

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Buona lettura… e buona accumulazione consapevole.

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